Hortus Conclusus, Note di viaggio

... In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la Mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità delI’Impero e coincideva perfettamente con esso..., così scrive J.L.Borges nella Storia universale dell’Infamia. Mentre ne Il mondo in piccolo R.A.Stein riporta la leggenda del monaco taoista che, non riuscendo ad ottenere dall’imperatore della Cina licenza di partire, fugge saltando dentro un paesaggio in miniatura, divenendo “sempre più piccolo” fino a disperdersi fra le montagne. Ciò che mi affascinava, quando lessi questi testi, era l’idea della percorribilità, attraverso lo sguardo e virtualmente, di mappe e rappresentazioni del territorio. Ma la geografia delle carte presuppone uno spazio oggettivo, vuoto e neutro, da cui il tempo è bandito, che sembrerebbe negare ogni possibilità di “percorrenza”.

Dai Romantici tedeschi a H.D.Thoreau si è contrapposta alla planificazione della classicità, – della prospettiva e delle mappe, – la dimensione della Wanderung, il camminare immersi in un paesaggio aperto e “sfilacciato”; come a dire: una dimensione soggettiva e disomogenea contrapposta ad una rappresentazione oggettiva e omogenea.

Curiosamente, l’approccio oggettivistico e quello soggettivistico hanno la medesima origine: il Moderno e la sua consapevolezza dello Sguardo, che divenne tecnica, con la prospettiva, e presenza significante: dello sguardo rappresentato nell’opera, e quindi interno, e di quello esterno, del guardante l’opera ed il mondo attraverso di essa. L’uomo non è più oggetto dello sguardo di dio, ma guarda e si guarda: è l’era della laicità e di Narciso.

La grande macchina retorica della Modernità costruirà lo Spazio a partire dalla cornice, i confini dell’immagine, quella soglia ambigua tra i due piani di realtà di ciò che è dentro e di ciò che è fuori del quadro. Attraverso questo dispositivo mimetico, la “messa in scena” non si limita a descrivere la realtà ma determina le condizioni stesse dell’osservazione e della comprensione, così che immagini e rappresentazioni cartografiche finiscono per sovrapporsi e sostituirsi alla realtà a loro esterna, come le mappe di Borges.

Se oggi la libertà di percorrenza è cosa data per scontata, l’insufficienza di spazio palesa quanto essa sia illusoria e quanto di teologico ha conservato la nostra cultura e la sua volontà di pianificazione, pur nella pretesa laicità: lo sguardo dall’alto, teleologico, centralistico e antidemocratico.

Tempo fa ho cominciato a coltivare un orto: un rettangolo di terra che ho dissodato e poi lavorato in profondità. Il primo anno ho coltivato cavoli e cetrioli ma, soprattutto, ho guardato cosa accadeva. Gli esseri della terra si “aggiustano” e si intersecano naturalmente sopra e sotto la terra, reagendo fra loro e comunicando: la terra parla con mille voci dialoganti, le erbe crescono dal basso, ognuna per sé ma in perenne relazione e mutamento.

Quest’orto è diventato luogo di meditazione, il mio Hortus conclusus. Come gli Hortus conclus erano preziosi giardini medioevali circondati da mura e dedicati alla meditazione, così le opere di questo ciclo: giardini di carta, materia affine alle foglie, microcosmi dove, metaforicamente, la natura riprende la sua parte, mio amoroso omaggio a la grande zolla di Dürer e ai 
paesaggi in miniatura dell’oriente taoista e alchemico.