Wood Wide Web - Micorrize


https://www.academia.edu/7218927/Micorrize_-_Wood_Wide_Web

Per micorriza (dal greco mykos: fungo, e rhiza: radice) si intende un particolare tipo di associazione simbiotica tra un fungo ed una pianta superiore, localizzata nell’ambito dell'apparato radicale del simbionte vegetale, e che si estende, per mezzo delle ife o di strutture più complesse come le rizomorfe, nella rizosfera e nel terreno circostante. (Wikipedia: Micorriza)

I funghi simbionti micorrizici creano una una rete di filamenti, il cosiddetto Wood-Wide-Web, interconnessioni tra piante anche molto distanti tra loro. Possiamo immaginarci il Wood Wide Web unire alberi anche distanti chilometri.


Il progetto

Due alberi sono collegati fra loro nel web attraverso uno spazio virtuale corrispondente ad un sito: wood-wide-web. Nel web si trova anche un libro relativo al progetto pubblicato in PDF, in ognuna delle cui pagine è disegnato un fungo micorrizico di fantasia. È reperibile in formato PDF a questo indirizzo web: https://www.academia.edu/7218927/Micorrize_-_Wood_Wide_Web

È possibile scaricarlo e stamparlo liberamente.
È possibile collegare i disegni attraverso link, linee, come in un gioco.



Nel sottosuolo le piante interconnesse comunicano e interagiscono fra loro. In un silenzio di parole.

Definiamo vegetale chi non possieda o abbia perso la facoltà di muoversi e di interagire con l’esterno, benché noi stessi sediamo lungamente immobili davanti alla finestra di un monitor, quella sorta di libro in apparenza infinito, sprofondati nello spazio divinizzato di un web sempre meno rizomatico e costretti a questa immobilità dalla impercorribilità dello spazio reale. Nel frattempo la comunità vegetale delle piante, né individui né collettivo, interconnessa nel sottosuolo dal Wood Wide Web delle micorrize, comunica e interagisce in movimenti lenti e segreti intrecci.




1) La realtà virtuale non è un’invenzione del XX° ma del XIV° secolo ed è una grande invenzione: la rappresentazione di uno spazio immaginario percepito come contiguo alla realtà, come sua estensione.

Come fu possibile? Attraverso un artificio retorico visuale, l’incorporazione dello sguardo: come è ben riconoscibile, ad esempio, nell’opera pittorica di Giotto, lo spazio viene strutturato da linee dinamiche, da vettori che coinvolgono il gioco di sguardi dei personaggi della narrazione e che catturano empaticamente lo sguardo dello spettatore, che diviene inconsapevolmente attivo nell’organizzazione spaziale dell’immagine. Questo spazio fantastico verrà in seguito legalizzato e disciplinato con la prospettiva centrale rinascimentale, nella quale la cornice, la “finestra aperta sul mondo” di Leon Battista Alberti, costituisce il fondamento della generazione e della ricezione delle immagini e produce il meccanismo dell’inganno illusionistico. Ma la verità delle immagini, quell’artificio per cui l’immagine ci appare più vera del vero, non sarebbe stata possibile senza il coinvolgimento emozionale, quel gioco degli sguardi interni trasformati in vettori che cattura lo sguardo esterno dello spettatore immobilizzandolo di fronte al quadro, senza lo sguardo incorporato nell’immagine, espressione di emozioni e contemporaneamente istituzione dello spazio.


2) Nelle immagini illusive lo sguardo è rapito dal punto di fuga, una linea che parte dall’occhio dello spettatore e perfora virtualmente la rappresentazione fino all’infinito. Perché l’illusione di realtà abbia effetto, lo spettatore deve rimanere immobile, qualificandosi finalmente come tale: uno spettatore, colui che sta a guardare senza muoversi. In questo modo due occhi, due sguardi si congiungono: quello dello spettatore, appunto, e, collocato nel punto di fuga, l’occhio di Dio, della cui autorità la prospettiva lineare è rappresentazione simbolica. Poco importa se la società progressivamente si sia formalmente laicizzata, un dio antropomorfico, e in quanto tale pericolosamente interiorizzato, permane, soggiacente, come principio di autorità. Nasce così il narcisismo del borghese, in quel cortocircuito dello sguardo che guarda e si guarda. L’infinito matematico, occhio di Dio, di cui il punto di fuga prospettico è rappresentazione, ha qualcosa di angosciante e spaventevole in sé, ma, soprattutto, è immobilizzante. È irraggiungibile. Quando gli intellettuali romantici si mettono a vagabondare disordinatamente alla ricerca di una identità alternativa non raggiungono alcuna meta.


3) Dal Rinascimento ci immaginiamo, dunque, il mondo dentro uno spazio bidimensionale rettangolare e delimitato da margini che simula una realtà a più dimensioni. Una cornice, o finestra, che delimita la trasparenza impenetrabile dell’immagine/mondo è il modello a cui la nostra percezione della realtà si è conformata, lo sguardo immobilizzato nella trappola di un’esperienza visiva artificiale e convenzionale. L’attività continuativa di riduzione della realtà in dati misurabili e omogenei intrapresa dal Settecento illuministico fino ad oggi è indissociabile da questa esperienza visiva immobilizzata, privata del corpo. In un pugno di secoli abbiamo delineato la superficie terrestre disegnandola in mappe e designato i territori come paesaggi in un’accezione evidentemente ancora una volta estetico-percettiva; abbiamo tassonomizzato il reale: piante, animali, uomini e cose di ogni genere sono stati classificati, previa epurazione degli elementi “spuri”, e riprodotti in immagini e tracciati; carte e libri li contengono. Viviamo forse realmente in Flatlandia? (Edwin Abbott Abbott, Flatland, 1884)


4) La globalizzazione è, prima di tutto, globalizzazione dello spazio. Non è più possibile immaginare fughe, sembra che non ci sia più spazio alternativo: il mondo immaginario è pervasivo e onnipotente, enorme il potere di questa immaginazione privata di corpo e di movimento. L’esistente è anch’esso perfettamente conforme ad un’idea di spazio normato, chiuso in una griglia, in un reticolo di strade e proprietà. Seduti nell’abitacolo di un’auto percorriamo itinerari prestabiliti, immobili davanti allo schermo del parabrezza che ci presenta un paesaggio cangiante ma impercorribile all’infinito. A questo gli umani vengono precocemente addestrati fin da bambini, costretti a vivere per la durata della giornata in pochi metri quadrati davanti ad uno schermo. Sotto, sulla strada, le automobili scorrono in flusso ininterrotto. Loro, i bambini, non possono mai correre.



5) È una libertà di movimento, una mobilità ambigua quella di cui godiamo, infatti. Un nomade attraversa territori, mentre il viaggiatore viaggia lungo una linea che va da un punto ad un altro (Tim Ingold, Lines: A Brief History, 2007). Da una parte c’è un percorso esperito, dall’altra una rotta prestabilita. In mancanza di territori da attraversare percorriamo tracciati che uniscono punti. Non sono percorsi da compiere con il corpo, il mezzo definito è l’automobile o meglio l’aereo, l’esperienza a noi concessa è la luce di una finestra; percorriamo mappe, ciò che vediamo è una sequenza di paesaggi o una mappa a volo d’uccello.


6) L’interfaccia grafica dei computer è anch’essa una finestra (window) e si rifà al modello di spazio, percettivo e matematico, dell’antica finestra albertiana, che ci costringe all’immobilità con la sensazione di esperire mondi infiniti, i mondi del WWW, in questo caso. Parafrasando Deleuze, internet può “segnare nuove libertà, ma anche prender parte a meccanismi di controllo che possono competere con le forme più dure di reclusione” (Gilles Deleuze, Pourparlers, 1990). Una reclusione volontaria? È stato bello credere per un momento che il Web potesse costituire una rete democratica e non centralizzata, anarchica, non gerarchica e rizomatica di millepianesca memoria (Gilles Deleuze e Félix Guattari, Mille Plateaux, 1980).


7) I rizomi hanno un carattere dinamico e autopoietico: nuove connessioni e nuovi nodi nascono in continuo sviluppo adattativo; in questo senso l’analogia con il web sembrerebbe legittima. “Un rizoma può essere rotto, spezzato in un punto qualsiasi, ma poi si riprende seguendo una delle sue linee e seguendone altre”, così viene descritta la capacità del rizoma di creare rotture asignificanti (non gerarchizzate) sempre in Millepiani (Gilles Deleuze e Félix Guattari, Mille Plateaux, 1980). Ma il web nasconde la maggior parte di questa elaborazione asignificante, perchè progettato per darci segni strutturati, informazioni significanti. Il web non è un rizoma. Questo tanto più vero per l’attuale orientamento del web semantico (web 2.0), per il quale le difficoltà che rendono problematico l’accesso ad alcuni documenti sono la conseguenza dell’intento di facilitarlo. Ma anche di renderlo più controllabile, è evidente. Aumenta in questo modo ordine e gerarchia. Internet si rivela un internato.



8) Gli stessi fattori che rendono il web un’opportunità di emancipazione ne fanno un dispositivo di controllo, persuasione e costruzione del consenso. L’architettura stessa della rete e le tecniche di analisi del linguaggio elaborate per rendere intelligibile nonché facilmente consultabile il web si rivelano radicali strumenti di potere. Markup semantico (attribuzione di tag, cioè parole chiave, ai contenuti), natural language processing (elaborazione del linguaggio naturale), word sense disambiguation (disambiguazione del senso delle parole in contesto), internet filtering (filtraggio, per rendere irraggiungibili determinati contenuti), clustering (analisi dei gruppi), framing (confezionamento selettivo di eventi incorniciandoli, cioè contestualizzandoli opportunamente, in modo da “agevolarne”/condizionarne l’interpretazione) sono alcune delle tecniche di analisi, trattamento del testo e dei dati, sviluppate per facilitarne il controllo, la manipolazione e l’eventuale potatura. Tecniche concepite in ambiti diversi come le scienze militari ma anche la sociologia, le neuroscienze, gli studi sull’intelligenza artificiale e la psicologia, discipline nate e sviluppate spesso con altri intenti, se non diametralmente opposti, liberatori. Oggi è sufficiente un algoritmo per far scomparire una parte di mondo.


9) Una novità del sistema operante attraverso il web è quella di mobilitare come agente la moltitudine degli individui isolati e di integrare nel suo funzionamento quell’estensione utopica dell’idea di democrazia che è la democrazia dal basso: è cioè strutturato in base ad un modello che prevede l’attività collaborativa e volontaria dei singoli, per cui il centralismo del potere, con le sue istanze universalistiche e la perenne opera di riduzione del reale in categorie chiuse e in ordini tassonomici e gerarchici, sembra dissolversi nel relativismo e nel pluralismo. Tuttavia, l’attenzione posta alla partecipazione volontaria e individuale al controllo e alla produzione culturale globali ci distoglie dall’ossevare altri aspetti che avversano questa interpretazione, più tradizionali ma ancora attuali e potentissimi nella loro fase di piena maturità, che interessano l’organizzazione delle forme e dei contenuti della cultura e la gestione dello spazio. Verificare quali sono gli schemi invarianti potrebbe dimostrarsi più interessante e rivelatore che porre l’accento su aspetti inediti o presunti tali.


10) Isidoro di Siviglia è stato designato dalla chiesa cattolica come patrono del web per le sue Etymologiae, composte nel VII secolo, da considerarsi la prima enciclopedia mai scritta. Racchiudono in venti volumi quello che era allora considerato tutto lo scibile umano, richiamabile attraverso l’etimo, il significato “vero” delle parole, che crea una connessione tra la parola e l’oggetto da essa indicato, fra nomen e res, un autentico dispositivo linguistico, quasi congegno e macchina. Più o meno un tag di oggi. Nelle Etymologiae (VI.13) Isidoro ci dice anche che: “Un codex è composto da molti libri, un libro è composto da uno scrollo. Viene chiamato codex come metafora di un tronco (codex) d’albero o di vite, come se fosse un ceppo di legno, poiché contiene una moltitudine di libri, come se fossero rami.” Le Etymologiae, una collezione di parole organizzate in ordini secondo una costruzione logica, corrispondevano ad un sistema ontologico strutturato, il sistema del sapere che un secolo prima fu per la prima volta visualizzato come albero da Severino Boezio. Anche nella stessa suddivisione del contenuto di un libro si può riconoscere la struttura ad albero: il fusto è il libro stesso, mentre i capitoli e i paragrafi sono i rami disposti in ordini.


11) In un libro il testo, sulla base di determinate convenzioni tipografiche, viene contenuto in una pagina di dimensioni statiche all’interno di una cornice. Non molto dissimilmente accade nel caso degli ipertesti: una porzione di testo è contenuta all’interno di una cornice che coincide con quella dell’interfaccia grafica del computer, la finestra. Il contenuto di un libro è gerarchizzato per renderlo intelligibile e più facilmente fruibile, le convenzioni tipografiche rispecchiano questa necessità. Similmente accade nella pagina web. Pur nella sua maggiore eterogeneità di componenti (multimediali) anche quest’ultima risponde a criteri di leggibilità codificati. Come nel libro, la cui lettura corrisponde ad una sequenza ripetuta, – in occidente da sinistra a destra in base alla scrittura latina, – così la pagina web è codificata in relazione ai movimenti oculari dell’utente che non differiscono nella sostanza da quelli richiesti dalla lettura di un codice medioevale illustrato. Nel libro l’architettura grafica della pagina e la gerarchizzazione tipografica del testo assieme alla suddivisione del contenuto in capitoli e paragrafi – vere unità di pensiero – istituiscono una associazione fra spazio e parola, una sua spazializzazione, coincidente con l’organizzazione gerarchica del sapere, il pensabile ordinato in sistema. Anche l’ipertesto si dispone secondo una scansione visivo-tipografica come da secoli la scrittura e il libro ci hanno abituato, ma, rispetto a questo, possiede una struttura più evidentemente spazializzata. Possiamo anche dire che con l’ipertesto le qualità logico-spaziali già presenti nel libro vengono potenziate, la spazializzazione ne risulta amplificata e massimizzata.



12) Il libro dei libri, l’enciclopedia, è il mondo in forma di libro. Costituisce lo schema di come esso vada inteso e, in certo senso, lo riproduce. Il riferimento al web come enciclopedia universale del sapere o biblioteca ideale è frequente ed esplicito. Per promuovere un’immagine di sé che corrisponda a questo ideale emblematico, il motore di ricerca Google finanzia progetti come Google Books, con l’obiettivo di digitalizzare tutti i libri esistenti, contemporanea incarnazione dell’antica aspirazione di una biblioteca universale da Alessandria d’Egitto in poi. D’altronde il libro, come il mondo, è una rete di significati e rimandi, di link. Ma se la lettura di un testo qualsivoglia, come la lettura del mondo, è sempre una sorta di contrattazione per la definizione dei significati – un’operazione ermeneutica –, l’enciclopedia è il tentativo di orientare e disciplinare le interpretazioni possibili.


13) I motori di ricerca hanno il ruolo di gatekeeper, di filtro dei contenuti e delle informazioni raggiungibili: la funzione di censurare, ma anche di indirizzare e orientare gli utenti, di “aiutarli” fino alla scelta delle parole da ricercare e, conseguentemente, ai contenuti da visualizzare. La credibilità di questo congegno è ancora una volta affidata alla sua spazializzazione e all’illusione di realtà, totalizzante, che essa produce. Con tutte le condizioni necessarie e i suoi corollari: il potenziamento della soggettività individuale (narcisistica), la spazialità vettorializzata, l’immobilità dell’utente, l’emotività, l’ambiguità della dislocazione topologica del soggetto. Sembra che qui si parli di Facebook? Sì, certamente: Facebook è diventato una sorta di banco di prova per tecniche che comportano la riduzione programmata degli interessi delle persone e la loro concentrazione in un pugno di tag, la messa a punto di una orwelliana “neolingua” della cittadinanza globale, attorno e attraverso la quale possano coagularsi certi significati e solo quelli. È in atto una riduzione della “biodiversità informatica” che poggia su base volontaria, corrispondente ad un compattamento delle identità culturali. Che accade se una rete di significati, come internet, viene controllata attraverso tecniche sofisticate? Allora, a mio parere, dobbiamo iniziare a considerare il web nella sua accezione di “trappola”. La messa in cornice del sapere e la sorveglianza dell’interpretazione rimangono modalità irrinunciabili del controllo delle coscienze.


14) La simulazione della realtà che il web ci offre è diventata per molti sinonimo di realtà, ma comporta generalmente una diminuzione della quantità di informazioni normalmente attingibili dal reale. Ci fornisce, tuttavia, una grande quantità di dettagli e informazioni persuasive perché filtrate, selezionate, ordinate, finalizzate e con un marcato carattere previsionale. A questa adesione veniamo predisposti e addestrati, noi stessi veniamo programmati: la pervasività e l’efficacia della realtà del web sono effetto della penetrazione della modalità a finestra nel nostro rapporto col mondo e concludono quel lungo tragitto della cultura occidentale che chiamiamo “Modernità”. In questo senso, l’adesione alla realtà del web implica l’assunzione da parte della coscienza di abiti mentali e modi di porsi nei confronti della realtà che sono conformi alla spazialità del Moderno. Si tratta di una spazialità universalistica, piatta ma con le parvenze di infinità, chiusa che si propone come illimitata; in altre parole si tratta della globalizzazione.


Marina Faggioli